Etica della responsabilità

Perché la Corporate Social Responsability non sia solo un’etichetta per le organizzazioni e un alibi per i comunicatori

 

etica della responsabilità

 

 

E’ da tanti anni che si parla di Responsabilità sociale d’impresa (Corporate Social Responsability, CSR), l’ambito riguardante le implicazioni di natura etica collegate alle attività dell’impresa.
Il settimanale britannico The Economist, dieci anni fa, a seguito di una lunga inchiesta, descriveva la CSR come “un trattamento cosmetico”, nella maggior parte dei casi, un imbellettamento solo superficiale, per descrivere al meglio “le buone pratiche” delle imprese.

Giampietro Vecchiato, un amico che si occupa di strategie di comunicazione, ha scritto questo interessante articolo, utile per comprendere meglio il tema.

La situazione

L’uomo contemporaneo è privo di riferimenti naturali, istituzionali, ideologici e spirituali che, in un passato anche recente, erano in grado di esprimere valori e ideali capaci di dare un senso alla vita umana, sia individuale che collettiva.
Viviamo immersi in una concezione della vita sociale nella quale tutto ciò che è collettivo è buono e sano, mentre tutto ciò che è individuale è cattivo e malato. Questa visione ha de-responsabilizzato la persona e tradito il concetto di libertà responsabile.
La globalizzazione dell’economia e il progresso tecnologico e scientifico stanno provocando profondi cambiamenti nella vita quotidiana delle persone con una conseguente e progressiva riduzione dello spazio di previsione sugli effetti di lungo periodo delle azioni umane (sostenibilità).
La contrapposizione fra profit e no-profit è ancora troppo marcata nel nostro Paese a causa di una forte e diffusa cultura anti-impresa che vede nel mercato, e soprattutto nel profitto, la ragioni di tutte le ingiustizie sociali e l’origine di tutti i mali. Reciproche contaminazioni sarebbero invece utili per portare valori e ideali agli uomini d’affari e cultura d’impresa ai volontari del terzo settore.

Il senso di colpa e la vergogna

E’ urgente e necessario, da una parte, riportare l’uomo – e non un’astratta e impersonale società/organizzazione – al centro dei processi economici e dell’agire umano; dall’altra rivalutare la cultura della responsabilità individuale che va indissolubilmente coniugata con l’etica.
Solo l’intima riflessione (profonda, sofferta e per questo “tragicamente” individuale) e l’assunzione della cultura del rischio a fianco della responsabilità individuale, possono essere un antidoto forte e permanente alla degenerazione delle organizzazioni.
E’ in questa dialettica antropologica – afferma Joaquìn Navarro-Valls (Desk 1/2006) – il luogo dove si insedia il problema della propria identità etica: quel “dramma personale per eccellenza” dove si può assistere alla più tragica delle battaglie che l’uomo può intraprendere, cioè quella di negare, con la potenza della propria libertà, la verità da lui stesso riconosciuta come tale.
In altre parole il confronto va riportato al centro, all’interno dell’uomo, escludendo (o meglio ridimensionando) il possibile ruolo e giudizio del resto del mondo. Solo in questa direzione è secondo me possibile parlare di etica, che deve nascere dalla sensazione di malessere che la persona prova di fronte alla “constatazione di aver
compiuto un’azione non coerente con le proprie convinzioni o i propri principi” (V. Andreoli, 2003).
Il senso ed il limite etico di ogni uomo nasce infatti dallo scarto accettabile tra l’azione concreta (i comportamenti) ed i propri valori; tanto maggiore sarà lo scarto, tanto più consistente sarà il disagio individuale.
La domanda di partenza è sempre la stessa: il desiderio di rispettare le norme nasce da un intimo convincimento interiore o dalla paura dell’eventuale punizione?
Nel primo caso possiamo parlare di senso di colpa che si origina da una disapprovazione intima e personale e a una reazione di dispiacere per aver fatto ciò che non si doveva.
Nel secondo caso possiamo invece parlare di sentimento di vergogna che nasce però dalla paura di essere scoperti (e puniti) dalla comunità e dall’opinione pubblica. In questo caso – afferma Vittorino Andreoli – il confronto è tra un fatto e una legge, una norma. Il riferimento non è quindi ai principi e ai valori nei quali il singolo crede, ma alla morale sociale diffusa nella comunità. La vergogna si attiva solamente davanti agli altri, mai di fronte a se stessi; è tutta “esterna” e si basa sulla speranza di non essere scoperti.
La nostra (V. Andreoli, 2003) è una società della vergogna e non della colpa. Si fonda su una netta distinzione tra vantaggi propri e rispetto degli altri (….). Mancano, insomma, nella “legge dentro di me”, l’interiorizzazione del rispetto per l’altro e il sentirsi male se si opera contro l’altro. Se è vantaggioso lo si fa; l’importante è non essere scoperti o essere così forti da non temere il giudizio esterno.

La persona e l’azienda/organizzazione

L’uomo, quindi, sia esso imprenditore, manager o dipendente e non solo le organizzazioni, deve imparare a dire dei NO e, in qualche caso, deve anche imparare a “non fare ciò che potrebbe fare” (Emanuele Severino).
Infatti, tutto ciò che è economicamente o tecnicamente fattibile non sempre è eticamente praticabile.
Va anche ribadito che l’etica non è una conquista definitiva. Non è acquistabile, né trasferibile ed è il frutto di precise e consapevoli scelte personali e del lento sedimentarsi di piccoli e quotidiani comportamenti che cercano di dare una risposta ai dilemmi etici che si presentano ogni giorno al relatore pubblico.
Per questo guardo alla crescente attenzione delle organizzazioni per la CSR con qualche perplessità.
Le organizzazioni sono eticamente neutre.
Non è infatti sufficiente essere “certificati”, adottare un “codice etico” e/o chiamarsi “impresa sociale” per essere eticamente corretti e socialmente responsabili.
I comportamenti umani, invece, non sono e non possono essere neutri.
L’etica e la responsabilità sociale richiedono innanzitutto un soggetto-persona e poi un’organizzazione per esplicitarsi e diventare comportamento agito.
Senza una profonda visione etica e morale, unita ad un alto senso di responsabilità delle singole persone, non può esserci responsabilità collettiva delle e nelle organizzazioni.
Il rischio è che le organizzazioni continuino a ostentare (con la complicità di molti pseudo-comunicatori) una esasperata ricerca di visibilità attraverso la Corporate Social Responsability per lavare una coscienza troppo sporca e refrattaria a ogni cambiamento reale (a partire dal “fai quello che dici”).
Ma anche, e forse soprattutto, senza alcun investimento né impegno diretto per migliorare il mondo, come se l’agire economico facesse parte di un sistema filosofico, politico e sociale astratto e slegato dalla vita dell’uomo.

Conclusioni

Etica personale (delle persone), etica professionale (del professionista) e responsabilità sociale (delle organizzazioni) sono inseparabili. Per questo motivo parlerei di etica della responsabilità. Un’etica che si interroga ogni giorno, qui ed ora, sulle conseguenze che le azioni delle persone e delle organizzazioni possono avere sugli altri, sull’ambiente, sulla comunità, sulle generazioni future.
Etica ed economia; responsabilità dei comunicatori/relatori pubblici e responsabilità delle organizzazioni, vanno quindi ricondotte ai diritti/doveri che caratterizzano ogni relazione tra le persone; tra le persone e le organizzazioni; tra le organizzazioni e i suoi stakehoder.
Solo partendo da questa centralità è secondo me possibile – e anche doveroso – inserire a fianco delle tre “P” della sostenibilità Profit, Planet, People – la “C” di comunicazione e percorrere la strada della rendicontazione dei comportamenti comunicativi basandosi su indicatori realistici e condivisi.

Giampietro Vecchiato
Senior partner P.R. Consulting srl, Padova
Professore a contratto presso l’Università di Padova, Corso di laurea in Strategie di comunicazione
http://www.prconsulting.it

GRAZIE Giampietro.
Forse adesso, dopo dieci anni, la sostanza che, secondo l’Economist, la CSR non possedeva, c’è.
Forse siamo tutti pronti per passare dalla forma alla sostanza.

Per questo post ho scelto l’immagine di un campo di grano. Il grano simboleggia il ciclo delle rinascite.
Nulla come un campo di grano rappresenta il valore del contenuto rispetto alla labilità della forma.

 A presto con la prossima puntata di #easymarketing #etica.

Mirna

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