Cooking time Parte prima – Indovina chi viene a cena

Cooking Time

 

L’altro giorno mi sono scoperta a sfogliare un libro, per me, proibito!

No, non pensate subito male, si tratta dell’ opera universalmente conosciuta di Pellegrino Artusi che porta il titolo di:

La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene

 

iibro-Artusi

 

Molti di voi conoscono la mia conclamata incapacità nel cucinare e, a dirla tutta, stavo cercando la “procedura” per fare un uovo sodo e dopo avere vagato in internet e letto almeno dieci modi differenti per fare “un uovo sodo perfetto”, ho deciso di tornare all’antico.

A quei tempi, se l’Artusi diceva così, così si doveva fare. Punto.

Invece ora, complici i programmi televisivi, i blog, le pagine Facebook, i libri, i film, tutti sono degli esperti, tranne la sottoscritta, ovviamente.

E’ di moda parlare di cucina, i social sono invasi da foto di piatti, anche elaborati, pare che le persone vivano costantemente ai fornelli e che impiattare sia un vero e proprio must.

E che dire dei protagonisti principali?

Una volta si chiamavano cuochi, erano solitamente in sovrappeso, sudaticci e indossavano grembiuli non sempre immacolati. 

Ora invece gli Chef, per di più stellati, sembrano usciti dalle copertine di Vogue Man, belli come degli dei, hanno sostituito nell’immaginario femminile il bagnino, il maestro di tennis o di nuoto e il pur sempre valido Giocatore di Calcio.

 

Carlo_Cracco

 

Tutto questo, unitamente alla crisi economica e al fenomeno della sharing economy (economia della condivisione), ha fatto nascere nuove forme di “ristorazione” che vado ad analizzare nel post suddiviso in due parti.

La prima: Home Restaurant e Social Eating;

La seconda: Chef a Domicilio e Preparazione di Alimenti presso la propria abitazione.

Iniziamo.

 

Home restaurant

E’ un’attività finalizzata all’erogazione del servizio di ristorazione, esercitata da persone fisiche all’ interno della propria abitazione.

Si tratta di aprire la propria casa per un pranzo o una cena a pagamento.

Quindi, chiunque abbia abilità ai fornelli, può trasformare la propria casa in ristorante occasionale aperto ad amici o a sconosciuti?

 

Spike_Notting_Hill

 

Così è stato fino a quando il MISE (Ministero dello Sviluppo Economico) non è intervenuto con la nota del 10 aprile 2015 che ha equiparato i ristoranti domestici alle attività di somministrazione di alimenti e bevande.

“L’attività in discorso, ad avviso della scrivente, anche se esercitata solo in alcuni giorni dedicati e tenuto conto che i soggetti che usufruiscono delle prestazioni sono in numero limitato, non può che essere classificata come un’attività di somministrazione di alimenti e bevande, in quanto anche se i prodotti vengono preparati e serviti in locali privati coincidenti con il domicilio del cuoco, essi rappresentano comunque locali attrezzati aperti alla clientela”.

Fonte: http://www.sviluppoeconomico.gov.it/attachments/article/2032700/50481sommalibev.pdf

Quindi, secondo il MISE,  Home Restaurant = Pubblico esercizio tradizionale.

 

pranzo_da_Il_Gattopardo

 

Ciò significa che è necessario:

. presentare una SCIA (segnalazione certificata di inizio attività) al Comune;

. avere un piano HACCP;

. rispettare gli obblighi igienico sanitari;

. utilizzare attrezzature a norma;

. avere locali a norma.

Dal punto di vista fiscale è considerata attività di impresa che significa:

. apertura di Partita Iva;

. obbligo di iscrizione INPS:

. rilascio certificazione fiscale all’incasso dei corrispettivi;

. dichiarazione dei redditi e adempimenti fiscali relativi.

 

Social eating

Si tratta di eventi che vengono proposti su portali come Gnammo, Eataround, Vizeat.

Chi vuole organizzare un aperitivo, un pranzo o una cena, si iscrive, lo propone per una certa data, con un determinato menù e prezzo.

Chi vuole partecipare prenota e paga.

Se il padrone di casa non accetta la prenotazione i soldi vengono resi.

Al termine dell’evento il portale trattiene una commissione e accredita il netto al “cuoco”.

 

A tavola_Notting_Hill

 

I fondatori delle piattaforme di social eating sottolineano la differenza rispetto all’attività di home restaurant.

Nel social eating l’obiettivo prevalente è la socializzazione, le proposte sono occasionali, la possibilità di scegliere i commensali rende l’evento privato, non c’è una organizzazione di tipo imprenditoriale e non vi sono strumenti professionali. 

Inoltre, accennano che se non si superano i 5.000 euro di fatturato si resta nell’ambito del social eating, altrimenti si rientra nell’attività di home restaurant con i conseguenti gli obblighi che ho elencato sopra.

Questo fatto dei 5.000 euro sinceramente non so da dove salti fuori, mi capita spesso di leggerlo in vari articoli e su temi più disparati.

Temo  si faccia un errato collegamento con quanto stabilito dal decreto legislativo 276 del 2003 (Legge Biagi). L’articolo 61 si riferisce alla fattispecie del lavoro autonomo occasionale che per essere tale non deve superare i 5.000 euro e rientra fiscalmente nella lettera l) dell’articolo 67 del TUIR.

Trovo pertanto difficile estenderne la nozione all’ attività commerciale occasionale che invece rientra nella lettera i) dell’articolo 67 del TUIR).

Direi che in questo caso la normativa di riferimento deve essere quella che screma le attività occasionali da quelle di impresa.

La natura “occasionale” dell’attività

I proventi da attività commerciale possono rientrare nell’ ambito dei redditi d’impresa o dei redditi diversi a seconda che l’attività sia svolta rispettivamente in modo “professionale abituale” o “non abituale”.

Con riguardo al concetto di “attività commerciale” l’Amministrazione Finanziaria si è espressa nella risoluzione numero 21/E del 01.03.2004 richiamando alcuni principi sanciti dalla Corte di Cassazione per definire la nozione di imprenditore commerciale (Art. 2082 e 2195 c.c.).

Una volta individuata la natura commerciale dell’attività, lo svolgimento della stessa protratto nel tempo in modo regolare, anche se non continuo, integra lo svolgimento per professione abituale di un attività commerciale che genera reddito d’impresa.

Una cosa certa è che in Italia manca una precisa regolamentazione in materia. 

Ritengo che non sia pensabile applicare a queste nuove tipologie di “ristorazione” leggi nate quando ancora non esistevano, ma certamente non si può permettere una concorrenza sleale nei confronti dei pubblici esercizi sottoposti ad obblighi e controlli di ogni tipo e soprattutto è necessario tutelare i consumatori.

 

Ho terminato questa prima parte.

Non vi proporrò un social eating a casa mia,  per non perdervi tutti come fan del mio blog! 🙂

Vi garantisco che  ho imparato a fare l’uovo sodo perfetto e  non è affatto semplice.

Ho anche appreso che il colorito verdognolo intorno al tuorlo, che attribuivo erroneamente a uova vecchie, è dovuto a una reazione chimica tra ferro e solfuro d’idrogeno causata da cottura prolungata.

Vedete? Solo l’uovo al centro è “perfetto”.

 

uova sode

 

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In  tal caso vi aspetto per la seconda parte: Chef a domicilio e Preparazione di alimenti presso la propria abitazione.

Nel frattempo, cercherò anche di imparare come si sbuccia perfettamente un uovo sodo, altra impresa piuttosto ardua per me. 🙂

 

A presto,

Mirna

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9 Comments

  1. Francesca

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