La nostra poesia è analogica

analogica

 

Questa immagine è stata scattata con una macchina digitale.

Digitale si riferisce a tutto ciò che viene rappresentato con numeri o che opera manipolando numeri.

Ma ciò che proviamo nell’osservarla è analogico.

Nell’era della costante attenzione parziale (descritta nel saggio “McLuhan non abita più qui? I nuovi scenari della comunicazione nell’era della costante attenzione parziale”, edito da Bollati Boringhieri) il rischio è di limitare la nostra mente alla dualità.

L’Autore dell’immagine, del libro, e di questo post è Alberto Contri che ho invitato per fare da contrappeso a segnali deboli, troppo fortemente deboli, colti sulla rete in questi ultimi periodi.

 

Alberto Contri

 

Apprendiamo dalla stampa che il MIUR ha deciso di abolire la circolare che vietava l’uso del cellulare in classe, per diffonderne una di segno completamente opposto, che ne incoraggia l’uso in quanto strumento utile di connessione con il mondo e con tutte le possibili fonti informative.

Data la solita imprecisione giornalistica, non è dato sapere di che classi si sta parlando. Ma sarebbe bene che al Ministero dell’Istruzione sfogliassero le più recenti ricerche effettuate dalle più importanti università e centri di ricerca del mondo, che dimostrano che prima di diventare digitali, è fondamentale che i bambini e i ragazzi consolidino le loro competenze analogiche, imparando a scrivere a mano e senza mettere le mani sulla tastiera di un pc prima degli 8-9 anni. Per semplici motivazioni di carattere neurologico.

Ma anche verso i più grandicelli occorre una maggiore prudenza, e ridimensionare un po’ gli entusiasmi verso le lavagne elettroniche, dato – per esempio – che i caratteri letti sulla carta rimangono assai più impressi nella memoria dei caratteri volatili che appaiono su uno schermo (De Kerchove). Non c’è dubbio che i ragazzi di oggi vivranno in un mondo abitato dall’”internet delle cose”, e se è vero che occorre insegnare loro a usare meglio i mezzi di comunicazione elettronici, non c’è alcun bisogno di aumentare la già enorme quantità di tempo che passano su uno smartphone. Semmai è proprio a scuola che il ruolo di un mediatore come l’insegnante è sempre più fondamentale, mentre l’impiego di qualsiasi supporto informatico va limitato a momenti di laboratorio e ricerche.

Dalla mia esperienza di docente universitario emerge tra l’altro che è assai difficile impedire che gli studenti smettano di cercare di fare più cose contemporaneamente credendo di poter ragionare come un PC. Figuriamoci come si farà ad impedire ai più piccoli di continuare a giocare con lo smartphone sotto il banco! Non si tratta quindi di demonizzare i nuovi mezzi di comunicazione, ma di essere consapevoli che sempre più spesso diventano dei mezzi di distrazione. Agli entusiasti delle magnifiche sorti e progressive rese possibili dall’uso dei cellulari in classe, occorre ricordare che l’ormai continuo abuso di questi mezzi sta creando patologie sempre più diffuse (Internet Addiction Disorder), e che un numero crescente di imprese stanno seguendo la strada di Richard Branson, CEO del Gruppo Virgin, che ha introdotto il Digital Detox tra i propri dipendenti.

Perché la mutazione antropologica collegata alla “costante attenzione parziale” (descritta nel saggio “McLuhan non abita più qui? I nuovi scenari della comunicazione nell’era della costante attenzione parziale”, edito da Bollati Boringhieri) non riguarda solo giovani e giovanissimi, ma anche gli adulti. Basta alzare gli occhi sulla fermata di un autobus: le persone sono tutte immerse nel proprio cellulare, ignare di quanto accade intorno a loro. Inoltre, reagiscono allo smisurato moltiplicarsi delle fonti di informazione, intrattenimento e distrazione, cercando di essere “multitasking” come un computer.

Ma i neurologi spiegano che il cervello non può funzionare in una simile modalità informatica, pena la frammentazione dell’attenzione, dei ricordi, del pensiero, e alla fine, del linguaggio. Spiegano anche che ogni volta che prestiamo attenzione al segnale sonoro che annuncia la ricezione di un tweet, di una mail, di WhatsApp, il nostro cervello riceve un piccolo schizzo di dopamina, definita l’ormone del benessere, per aver eseguito un piccolo compito . Al termine della giornata saremo come drogati, soddisfatti di aver dato centinaia di piccole risposte…pur non avendo combinato granché, anzi, essendoci parecchio distratti.

Ecco il perché del Digital Detox e perché grandi multinazionali stanno cominciando a spegnere i server di posta locali dopo l’orario di ufficio, per evitare che i dipendenti siano continuamente disturbati dai segnali di mail in arrivo di notte dall’altra parte del mondo…Visto che l’abuso dell’iperconnessione è diffuso oramai in tutte le fasce di età, a cominciare dai più piccoli, non si sente proprio alcun bisogno di incrementare il già troppo tempo dedicato dagli studenti allo smartphone. Perché il cervello che abbiamo nel cranio ha funzionato, funziona, e funzionerà sempre in maniera analogica. Mentre sono le applicazioni ad essere digitali: occorre essere attenti a non fare pericolose confusioni.

Se avremo insegnato agli studenti a padroneggiare le loro capacità analogiche potenziando memoria, attenzione e concentrazione, li avremo messi in grado di padroneggiare poi qualsiasi strumento digitale. Altrimenti ne avremo fatto solo degli umanoidi sempre più facile preda degli algoritmi maneggiati dai potenti del web.

 

Anche questo fiore è stato immortalato con uno strumento digitale, da Alberto. Con la sua mente, in modo analogico, ha colto la poesia.

Noi, in modo analogico, guardando l’immagine, la percepiamo.

Facciamo in modo che sia sempre così.

La poesia.

 

Buone vacanze a tutti,                                                                       

                                                                     Mirna 

2 Comments

  1. stefano

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