L’impresa etica si racconta: la siQuri

 

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Francesco Arleo co-fondatore di siQuri

Francesco è nato nel 1974 sull’Appennino Lucano, mentre dialoghiamo mi accorgo che preferisce citare alture e boschi più del paese di anagrafe.

“A scuola ho avuto diverse difficoltà iniziali. Dicono che fossero difficoltà di apprendimento e magari lo erano davvero, ma da quanto mi ricordi il fatto era semplicemente che volevo trascorrere più tempo in mezzo ai boschi. Tuttavia è meglio non negarlo, fino agli 11 anni non apprendevo al ritmo giusto, ero assente, non so dove fossi veramente, ma sempre a memoria mi preme ricordare che fantasticavo in abbondanza. Poi arrivò una maestra che invece di farmi chinare sui libri mi alzò lo sguardo e mi insegnò con cura a leggere. Non posso che ringraziarla a distanza di tempo, da allora non ho più smesso di frequentare libri. Anzi, sono diventati la mia vera passione. Degli alleati fedeli, diciamo.”

Non gli piace elencare i suoi studi, la laurea e i libri scritti nel frattempo.  

E’ dal 1996 che frequenta Internet come luogo di progettazione, ricerca e sviluppo. 

Francesco ti chiedo una breve descrizione della siQuri

siQuri è una “comunità di pratica” di persone che si occupano di ricerca, sviluppo e vendita di tecnologie per la cucina sana e sicura. La chiamo “comunità di pratica” non per vanto, ma perché considero davvero ogni collaboratore un artigiano nel suo campo e, quindi, il singolo apporto di ognuno crea la comunità di lavoro, di pratiche appunto.

Ha aperto le attività con un negozio online nel dicembre del 2013 e oggi è operativa in Italia, Spagna e da quest’anno in mercati a lingua tedesca.

Come nasce il nome siQuri?

Faccio ricerca di naming per prodotti da tanti anni, vengo da una tradizione molto lungimirante in questo senso: Leonardi Sinisgalli, il poeta lucano, era colui che diede il nome ‘Giulietta’ alle auto. Sono nato vicino a Sinisgalli e ho studiato la sua ricerca e letteratura.

Ma al di là di questo siQuri nasce dall’idea precisa di creare un brand consonante con il primo e-shop dei prodotti più sicuri per la cucina e l’alimentazione, rispettando la qualità di gusti e tradizioni.

Anche Essenzia è un brand naming mio definito sulla scia dantesca (Divina Commedia, Purgatorio, Capitolo XVII dove Dante scrive: Essenzia d’ogni frutto e radice – come vedi parla di frutto e radici ed Essenzia, la tecnologia lavora con quella materia prima per ricavarne il succo, l’essenza, l’essenzia).

Ho realizzato entrambi questi brand in un luogo molto speciale, una nicchia di un Monastero del ‘500 dove sono stato per circa 6 anni, e da cui ora non opero più. 

Perché solo online e un consiglio per chi si avvia ad aprire un negozio online?

E’ solo online, o meglio lo è stato solo online nei primi 3 anni, mentre ora ci stiamo via via aprendo ad una integrazione fra presenza territoriale e web. Siamo partiti dal web perché volevamo creare da subito una struttura lineare, semplice, in grado di tagliare passaggi commerciali fin troppo onerosi e carichi di incognite anche sul piano della brand position. Volevamo affermare prima una comunicazione precisa, un linguaggio univoco, unico. Una posizione di brand appunto molto focalizzata e radicata nei valori che volevamo portare avanti.

Che cosa è per la siQuri un prodotto?

Come team abbiamo individuato un asse di lavoro preciso:

. prima scegliamo la storia dell’azienda, osserviamo i processi di sviluppo, le materie prime impiegate, i criteri di design;

. poi stabiliamo un rapporto umano e professionale;

. infine impieghiamo le nostre energie per sviluppare attività di comunicazione che portino valore e sensibilità sul prodotto.

Non ci riteniamo rivenditori, anzi, il nostro feedback continuo fra clienti, che noi amiamo chiamare “ospiti”, e le aziende che sviluppano il nostro prodotto è continuo e influenza il prodotto stesso, anche trasformandolo nel tempo. 

Non trattiamo migliaia di articoli. Effettuiamo test continui sui nostri prodotti, prima, durante e dopo ogni ciclo di lavoro.

Questi criteri ci hanno portato a conoscere persone eccellenti che sono diventati nostri collaboratori esperti, cito su tutti la nutrizionista Carla Zaplana o lo chef Martino Beria.

Come è nato il primo prodotto?

Ci siamo concentrati sulla ricerca di uno strumento di cucina che portasse un miglioramento vero nel consumo di frutta e verdura nella quotidianità delle persone. Ma ci siamo arrivati partendo nel 2011, da sperimentazioni dal vivo e ricerca nel campo alberghiero.

Essenzia è nato così ed è a oggi l’estrattore di succo e latti vegetali a bassa velocità più ergonomico e semplice in commercio. Un connubio di ricerca fra eco sostenibilità ambientale, semplificazione di design, longevità del prodotto e capacità di aiutare le persone in gesti quotidiani di sana alimentazione. Con Essenzia abbiamo raggiunto un numero molto importante di persone, curandone in dettaglio ogni tipo di assistenza, garanzia, controllo. Mi preme sottolineare che, dopo tre anni, siamo ancora al lavoro per rendere Essenzia uno strumento eccellente.

 

Definisci l’essenza della siQuri in tre parole

Integrità: è il valore su cui basiamo il nostro cammino. Guardiamo ad orizzonti temporali concreti, ma allo stesso tempo per raggiungerli ci vuole uno sguardo  lungo, profondo e sincero, riconoscendo e lavorando sui nostri errori e migliorando di continuo. Integrità intesa come modo di stare al mondo, dentro e fuori dall’azienda.

Semplicità: non è un esercizio zen, ma un porsi nelle condizioni di non assecondare nel tempo la tendenza al complicarsi delle aziende, delle relazioni, dei progetti e dei prodotti. Credo che sia importante ricordarlo. Semplicità anche nella gestione dei tempi di vita e lavoro. Oggi tutti i collaboratori siQuri lavorano con la formula smart working o lavoro agile,  non spostandosi da casa, se non per attività formative o meeting. Usiamo strumenti di cooperazione a distanza per perseguire questa strada.

Sicurezza: i prodotti prima di ogni cosa parlano di noi, del nostro pensiero, del nostro modo di costruire, di realizzare, di vendere. Noi, come comunità di pratica siQuri, cerchiamo di realizzare prodotti che possiamo usare in casa nostra, con i nostri figli, con le persone care. 

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Come la siQuri “cura” i bisogni del cliente/essere umano?

Faccio un esempio su tutti: nella gestione dei clienti, che ripeto amiamo chiamare “ospiti”, non abbiamo mai voluto demandare all’esterno il custumer care. Ho avuto la fortuna di incontrare, nel tempo, persone che hanno una propria formazione culturale, una base etica importante di operatività, e sono loro che usano per primi i prodotti siQuri nelle loro famiglie. Queste persone le ritengo artigiane nel proprio lavoro. Mi fido di loro più che delle mie percezioni e so che costruiscono relazioni con gli ospiti, non vendite, ma relazioni, vere, autentiche.

Tuttavia è sui prodotti che concentriamo molta attività di ricerca e di etica applicata. Quando parlo di etica applicata intendo dire che prima ci sono teorie che perseguiamo e che per me trovano le radici in filosofi come Emmanuel Lévinas o sociologi come Peter Berger, o ancora Vilém Flusser. L’applicazione di queste teorie si esprime, ad esempio, attraverso la selezione di partner in cui ad ogni prodotto è associabile l’identità di una persona, sia esso artigiano, designer, sviluppatore. Non è possibile che esista un prodotto senza che vi sia prima una figura che ha portato in luce quel prodotto. Questa è una verità che è sparita con la serialità, ma non è così nella realtà di molte aziende e noi lavoriamo con quelle che sono in grado di mettere ancora la persona davanti al brand. Sembrerà poesia, ma un designer, un artigiano, un ricercatore, uno sviluppatore, sono lì e sono davanti al prodotto, quel prodotto, che può essere frutto di più persone, ha comunque all’origine la spinta di un individuo. 

Inoltre per etica applicata intendo dire, ad esempio, che gli oggetti che vengono venduti non sono mai solo una possibilità, ma sono anche degli ostacoli. Un prodotto è un ostacolo. Durante il suo ciclo di vita il prodotto mostra questa caratteristica soprattutto alla fine del suo corso. Prova a vedere la fine del prodotto e ti renderai conto di che grande ostacolo sarà per il mondo, la natura, le persone. Tutti noi se chiudiamo gli occhi e vediamo uno smartphone alla fine del suo ciclo non facciamo fatica a vedere l’accumulo di quella immondizia di cui difficilmente ci potremo sbarazzare senza prima aver compromesso il benessere dell’ambiente di cui siamo parte. Questo è valido anche per noi sui nostri strumenti. Cosa si può fare per rendere un oggetto, un prodotto, non un ostacolo? Questa è una domanda e bisogna ripetersela spesso, molto spesso. Non si risolverà in toto il problema, ma sono certo che più ci si pone la domanda e più si troveranno risposte inedite.

 Come innovate?

 “Innovazione” è una parola abusata, come sappiamo. Negli ultimi venti anni è tutto sull’onda della innovazione. Lo svilimento delle parole passa anche per lo svilimento dei processi culturali sottesi. Se tutto è innovazione, niente lo è. Tuttavia, per quanto riguarda la nostra comunità, ogni innovazione passa attraverso quello che viene definito ‘design discourse’, ovvero la capacità di immergersi in dialoghi, relazioni, network con persone diverse e con cultura diversa. L’innovazione, in questo senso, è una relazione continuata nel tempo che mette a frutto intuizione e talenti spesso non visibili nel breve periodo. 

Come comunicate?

Il nostro mezzo principale è il web con le sue implicazioni di responsabiltà e allo stesso tempo con le sue grandi opportunità. Naturalmente io credo, come molti studiosi hanno ben sottolineato, che al crescere delle potenzialità dei media bisogna far corrispondere una consapevolezza maggiore d’uso e una educazione profonda al rispetto dell’integrità delle persone, dei loro valori, delle loro sensibilità. Curiamo moltissimo questi aspetti. Naturalmente se sbagliamo dobbiamo essere pronti a comprenderne in profondità i meccanismi che ci hanno condotto a quell’errore.

Noi curiamo in modo molto articolato e preciso la comunicazione a partire da uno strumento come la newsletter che non a caso ha un nome ‘MATERIA PRIMA’. Materia Prima è stato ed è uno strumento privilegiato che richiede impegno e dedizione continua. A ideare Materia Prima sono stato io e poi a curarla nel tempo dandogli ancora più spessore è stato Simone Signor, il principale curatore dei canali web sul profilo dei contenuti e della comunicazione visiva. Accanto a lui ci sono Ramon Lopez dalla Spagna e poi Carla Zaplana.
Materia Prima è il nostro punto di partenza perché da lì distribuiamo contenuti di altissimo valore fra cui soluzioni di cucina, ricette pratiche, tecniche e idee sempre nuove per un’alimentazione sana e di qualità.

Poi c’è la cura dei social che non è secondaria per importanza, ma ricade sotto una gestione mirata a canalizzare i contenuti di valore che sono studiati e lavorati fra più persone. I canali social in realtà sono anche fonte di costumer care e aggiungo che oggi sempre più sono uno strumento di profondo ascolto. Se usati come strumenti di ascolto portano ricchezza enorme sul piano della ricerca e dello sviluppo, nonché del miglioramento su vari fronti: dal prodotto ai servizi.

Naturalmente ogni canale ha il suo linguaggio e su questo il mio consiglio profondo alle imprese che vogliono fare e-commerce è naturalmente imparare prima a capire qual è la ‘forma-linguaggio’ di quel canale. Non si tratta solo di dire ok ‘Instagram’ è più visivo o roba del genere, ma di capire le implicazioni sottostanti. Ci sono dei canali che possono e che anzi devono restare fuori dalle strategie di comunicazione aziendale e altri che invece meglio si addicono a veicolare valori e contenuti. Prima di partire quindi analizzare questi aspetti.

Altro aspetto importante dei social è comprendere che è finalmente in discesa la questione dei numeri di contatti, likers ecc. e sempre più emerge la necessità di connettersi in modo autentico a delle persone e non a dei numeri. Quello dei numeri è un sistema utile nel primo tempo dei social, oggi emerge che per fare business, per farlo in modo etico e in modo lungimirante, devi lavorare sulla profondità di riposte e sulle soluzioni reali che riesci a dare ad un numero di persone che puoi curare veramente. 

Un consiglio per chi vuole aprirsi al mercato estero

Credo profondamene e sinceramente che se un’azienda oggi ha prodotti su cui ha investito risorse, tempo ed energie, debba avviare un percorso di apertura su altri mercati, avendo bene in mente che il web è una strada importantissima, ma che non risolve tutto. E’ fondamentale costruire relazioni nel territorio in cui si vuole aprire, persone che credono non solo nel business, nelle opportunità, ma nel prodotto, nei valori dell’azienda. Oggi in Spagna, abbiamo un network di relazioni con atleti, chef, nutrizionisti, esperti del settore food, ma il germe, il seme parte da Paolo Girelli, amico di lunga data che opera con noi da quei territori e che sta sviluppando un vero e proprio bacino di competenze lungimiranti. 

Io stesso, ad esempio,  sto facendo passaggi importanti trasferendomi per un certo lasso di tempo in quelle aree che vogliamo aprire in modo da articolare un network di contatti necessari e profondi che vanno oltre alla pratica del web.

Cosa farai domani Francesco?

Di sicuro scriverò come oggi, mi aiuta a pensare.

Questa risposta mi suggerisce di chiedere a Francesco di scegliere, all’interno dei suoi tanti taccuini, un pensiero da donare ai lettori di Doublentry.

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Ho in uso di recarmi a curare l’anima su uno scalino diroccato di paese, davanti ad una porta che non apro.

Ascolto, dietro ad un cigolio di vento, le generazioni farsi presenza e mi inginocchio, quasi fosse un altare. 
Mi rispecchio fra le mani lavori contadini che screpolano gli anni.

Ho in uso di scrivere a memoria, bisbigliandomi di voci che si fanno presenza più del presente. Voci che hanno imbevuto la mia prima età di storie senza carta, tramandate a fil di voce fra un secolo e l’altro, di cui, per uno scampolo d’infanzia, mi trovo ad essere custode indegno.

                                                                                                                                                                                                 Francesco Arleo

 

Nei vari messaggi che mi sono scambiata con Francesco, per addivenire a questo post, ho spesso scritto siQuori, invece di siQuri. Ma forse non era del tutto un errore, mi pare ci siano parecchi cuori dietro questa bella Impresa.

Ringrazio Francesco e al prossimo appuntamento con ethicStory, l’impresa etica si racconta.

Mirna

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