L’intelligenza emotiva, un ulteriore vantaggio competitivo

intelligenza emotiva

 

Si sente spesso parlare di soft skills, quelle capacità sempre più ricercate da chi fa selezione del personale.

Tanto più il ruolo da ricoprire è alto, tanto più le soft skills sono rilevanti.

Ma cosa sono esattamente?

Le soft skills sono un insieme di abilità che non rientrano nella definizione ristretta di “competenza tecnica”, ma si riferiscono agli atteggiamenti personali e ai comportamenti sociali.

L’intelligenza emotiva rappresenta una delle soft skills più importanti.

Intelligenza emotiva

detta anche QE (quoziente emotivo) è “la capacità di percepire, gestire e valutare le emozioni proprie e altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”.

Il QE aumenta con l’età e le capacità introspettive.

Può essere definito maturità emotiva, permette di gestire al meglio le relazioni ed è fondamentale nei rapporti di lavoro.

Chi possiede una sviluppata intelligenza emotiva, è capace di lavorare in gruppo, sa stimolare, coinvolgere e motivare le persone.

Ma l’intelligenza emotiva è utile anche con i  clienti (potenziali e non) e con i fornitori.   

Daniel Goleman la suddivide in competenza personale (controllo, conoscenza e consapevolezza del sé) e competenza sociale (capacità di ascolto, comprensione, facilità alla comunicazione e gestione conflitti) e le attribuisce cinque aree:

  • autocoscienza (la capacità di riconoscere e comprendere le proprie emozioni)
  • autocontrollo (la capacità di controllare i propri impulsi e le proprie emozioni)
  • motivazione (il desiderio e lo slancio nel raggiungimento degli obiettivi)
  • empatia (la capacità di comprendere le emozioni altrui)
  • competenze sociali (la capacità di trovare un terreno comune e instaurare rapporti)

Tra di esse, in particolare, l’empatia permette di costruire e mantenere delle relazioni in cui l’altra persona possa sentirsi ascoltata rispetto ai propri bisogni e alle proprie esigenze.
Una relazione impostata su queste basi sarà caratterizzata dalla fiducia reciproca e offre l’opportunità al fornitore di diventare il punto di riferimento del cliente.

Non solo per i dirigenti

I leader più efficienti hanno in comune un aspetto fondamentale: sono dotati di un’elevata intelligenza emotiva. Daniel Goleman

Oltre ai dirigenti, vi sono altri ruoli per i quali le soft skills sono, a mio parere, molto rilevanti.

Per i consulenti, ad esempio.

Mi è capitato spesso di accogliere nuovi clienti che hanno cambiato commercialista perché il precedente non li considerava, li sviliva, li ignorava nelle loro necessità.

Mentre per un collaboratore di studio, magari addetto a mansioni più “dietro le quinte”, la capacità mettersi in relazione empatica con l’interlocutore può essere meno rilevante rispetto alle abilità tecniche, per il titolare di studio o comunque per i collaboratori che sono frequentemente a contatto con le persone penso sia fondamentale e, talvolta, ancora più importante delle conoscenze tecniche che, sia chiaro, devono sempre essere adeguate e coltivate.

Anche per il piccolo imprenditore, per esempio un commerciante, un albergatore, un ristoratore, un artigiano.

Ci capita tutti i giorni di percepire soddisfazione, indifferenza o fastidio, dal contatto con chi ci fornisce prodotti o servizi.

E se riflettiamo non possiamo non riconoscere che la maggior parte delle volte il conflitto nasce per i comportamenti, più che per incapacità tecniche.
Se il comportamento è rispettoso, propositivo, attento, difficilmente si genera totale insoddisfazione.

Non dimentichiamo che soddisfazione e insoddisfazione, in tempi di social e recensioni, hanno una diffusione molto ampia e veloce.

Ecco, quindi, che diventa importante analizzare i comportamenti per poi correggersi e apprendere buone abitudini di relazione.

Fermo restando che vi devono essere dei tratti essenziali e predisposti della personalità, anche l’intelligenza emotiva si può coltivare.
In modo fisiologico, andando avanti con l’età e imparando a conoscersi meglio, e con corsi di formazione che puntano l’attenzione su queste abilità solitamente trascurate dai percorsi di studi.

La self-efficacy

Un altro punto rilevante è la fiducia in se stessi e connessa ad essa la “self-efficacy”, ovvero, la percezione della propria efficacia, la convinzione di poter fornire una buona prestazione (che non è esattamente uguale alla somma delle nostre capacità).

Infatti, per offrire una buona prestazione, non basta averne le capacità, è necessario anche “crederci”.

Attenzione che questo non vuole essere un discorso del tipo “se vuoi puoi“, ma vuole evidenziare che ognuno di noi ha una mappa interiore delle proprie abilità, inclinazioni e carenze. Tale percezione deve essere equilibrata e consapevole, non distorta in eccesso, ma nemmeno in difetto.

Spero con questo articolo di averti dato lo spunto per riflettere sui temi accennati, da non trascurare per conferire alla tua attività di impresa o professionale un ulteriore vantaggio competitivo.

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