Personal branding e reputazione nel mondo del lavoro

reputazione

 

In questo post vorrei riflettere sui concetti di Personal branding e Reputazione professionale.

A volte si tende a considerarli sinonimi, ma credo siano differenti pur potendo coesistere nella stessa persona.

Personal branding è l’attività con cui prima si consapevolizza e poi si struttura il proprio brand ovvero la propria marca personale. Può essere definito come ciò che viene detto, sentito e pensato a livello collettivo dalle persone su di voi e sui servizi che offrite, nella vostra vita professionale e non“.
E tanto più si è bravi nel promuovere se stessi, nel costruire di se stessi un prodotto, tanto più aumenta la percezione positiva negli altri.

Reputazione “stima, considerazione in cui si è tenuti dagli altri: avere una buona, una cattiva reputazione; godere di un’ottima, di una pessima reputazione“.Restando in ambito esclusivamente professionale avere una buona reputazione significa sapere fare bene il PROPRIO LAVORO e portarlo avanti con deontologia ed etica. Non ha a che vedere con la popolarità sociale, ma con le capacità sulla SPECIFICA MATERIA e con la affidabilità e serietà della persona.

II meccanismo dei social tende a valorizzare i più seguiti, i cosiddetti “guru”, soprattutto nell’ambito delle professioni digitali.

Il rischio è quello di dare per scontato che chi è molto apprezzato, chi ha tanto seguito, quindi ha coltivato bene il suo personal branding, sia altrettanto capace di svolgere la professione.
Anzi, sia più capace rispetto ad altri che hanno minore visibilità.

Ma la capacità professionale va verificata in altro modo.

Per esempio valutando i risultati professionali pregressi, le esperienze reali, il grado di soddisfazione delle aziende per le quali ha lavorato.

Può darsi che ottimo personal branding e reputazione elevata coesistano, ma può anche essere vi siano un ottimo lavoro di costruzione dell’immagine e minori abilità concrete nello svolgere la professione per la quale si è accreditati.

In buona sostanza, concluderei queste mie riflessioni per lasciare anche spazio alle tue, dicendo che:

. una impresa, nella scelta del professionista al quale affidare incarichi, dovrebbe valutare le reali capacità lavorative e quindi la reputazione professionale e non dare invece maggiore importanza a ciò che appare e che magari è frutto di abili azioni di personal branding che non è detto abbiano sotto solidi pilastri esperienziali e risultati positivi di durata e ripetuti nel tempo;

. una impresa di grandi dimensioni non può correre il rischio di commettere gravi errori e quindi, per limitarli, non dovrebbe sostituire, al mero scopo di risparmiare, i professionisti con alta reputazione e consolidata e concreta esperienza, con altri meno esperti, ma eventualmente affiancare l’esperto con uno meno esperto, affinché si possa formare e crescere.
Quindi non “al posto di”, ma “al fianco di”;

. le imprese piccole e medie, invece, dovrebbero comprendere che vi sono tanti professionisti bravi, esperti, onesti, etici e non noti. Non sono dei guru digitali, le loro facce non sono sui libri, non partecipano a tutti gli eventi.
Ma lavorano e lo fanno veramente bene.

 

Riflettiamo prima di compiere scelte e, se possiamo, cerchiamo di aiutare chi le deve compiere.

Sono scelte importantissime e spesso determinanti per l’andamento delle aziende.

E non sempre c’è poi la seconda occasione, sia per motivi economici che temporali, di riportare la barra a dritta.

È più facile recitare e esibirsi che essere coerenti,
più facile eccitare e distrarre che far pensare,
più facile impressionare che convincere.
(Enzo Bianchi)

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Mirna

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