Tre punti, un messaggio e un malinteso

messaggio_puntini_di_sospensione

 

“Ti voglio bene…”

Ricevo questo messaggio da un Amico del web e il mio narcisismo mattutino è subito appagato.

Mi piace questa manifestazione di affetto e anche i tre puntini che la seguono…

Li uso spesso i tre puntini, questi tre piccoli, adorabili bassotti, sono una Puntinista!

Anche tu?

Ecco cosa pensa di noi il grande Beppe Severgnini:

“Chi sono, i Puntinisti? Donne e uomini pigri, che non hanno la costanza e il coraggio di finire un ragionamento. Le loro frasi galleggiano nell’acqua come le ninfee di Monet (“Caro Severgnini… come dirlo? Mio marito Puccio la detesta… Lei ha troppi capelli! Ieri, non ci crederà… ha tirato un suo libro al nostro vicino, lamentandosi che non fosse… un’edizione rilegata…”). Raramente questa overdose di puntini esprime un pensiero compiuto. Accompagna invece mezze ammissioni, spunti, sospetti, accenni, piccole vigliaccherie (non ho il coraggio di dire qualcosa, e alludo). Credo che la moderna mania puntinista – un morbillo, ormai – abbia una doppia origine: biografica (per i figli degli ’50 e ’60) e tecnologica (per chi è nato dopo).

La mia generazione è stata corrotta dalla corrispondenza intimista degli anni Settanta (lettere fitte scritte a mano, per diluire in quattro pagine quello che non s’aveva il coraggio di dire in dieci parole). Se ve la sentite, e i figli non vi scoprono (potrebbero divertirsi troppo), andate a ripescare la corrispondenza di quel periodo: scoprirete un camposanto di puntini di sospensione, disposti casualmente e in numero formidabile (dovrebbero essere tre, invece: non uno di più, non uno di meno).

Erano la rappresentazione grafica di una generazione sospesa (politicamente, culturalmente, sessualmente). Diventando grandi, alcuni di noi sono guariti. Altri no, ma almeno hanno smesso di scrivere quelle lettere, ed è già qualcosa. I connazionali più giovani, invece, sono stati traviati dalla tastiera del computer. Basta tener pigiato il tasto del punto (.) e i puntini partono come una raffica di mitragliatrice (…………….). Sono tanti, facili, rapidi, pericolosi: bisogna schivarli, o si rischia. Quando ricevo una email iperpunteggiata, so che l’ha scritta un ventenne (“Egregio dott. Beppe……ho aspettato tanto a scriverLe…. Avrei…. desiderio… di intraprendere…. come dire….. la carriera giornalistica, ma al momento mi dedico soprattutto…… alla collezione di tappi di bottiglia.”). Che dovrei rispondere? Di continuare coi tappi, probabilmente. Sono più colorati e meno pericolosi dei puntini. E nelle email, per adesso, non entrano (neppure come allegati).”

 

Secondo messaggio

Sto per chiudere Facebook ed iniziare la mia giornata lavorativa che mi arriva dall’amico (nota che ho tolto la maiuscola…) un secondo messaggio:

“COME UNA SCATOLA DI SCARPE!!!”

Aggrotto la fronte e lo rileggo un paio di volte, ma sento che il benessere del “ti voglio bene…” sta lasciando il posto a una certa irritazione!

No, dico… ma stiamo scherzando?

Essere paragonata a “una scatola di scarpe”?

Fosse almeno stato a un paio di Jimmy Choo, di Louboutin, di Duccio Venturi Bottier, lo avrei anche capito, io stessa vado matta per le belle scarpe ma ad una scatola e per giunta di cartone… no… non lo posso tollerare!

 

Jena-Malones-Jimmy-Choo-'Daiquiri'-Pumps

 

Christian_Louboutin

 

Duccio_Venturi

 

“COME UNA SCATOLA DI SCARPE!!!”

E poi quella scritta in maiuscolo, la netiquette non dà adito a dubbi, significa urlare!

Non parliamo dei tre punti esclamativi in fondo… lo sanno tutti che mi danno ansia e che ne tollero uno al massimo!

 

punto_esclamativo

 

Ugo Ojetti invece li detestava proprio:

“Odio il punto esclamativo, questo gran pennacchio su una testa tanto piccola, questa spada di Damocle sospesa su una pulce, questo gran spiedo per un passero, questo palo per impalare il buon senso, questo stuzzicadenti pel trastullo delle bocche vuote, questo punteruolo da ciabattini, questa siringa da morfinomani, questa asta della bestemmia, questo pugnalettaccio dell’enfasi, questa daga dell’iperbole, quest’alabarda della retorica.

Quando, come s’usa nei nostri tempi scamiciati, ne vedo due o tre in fila sul finir d’un periodo, che sembrano gli stecchi sul didietro di un’oca spennata, chiudo il libro perché lo sento bugiardo. Adesso v’è anche chi te l’accoppia con l’interrogativo, che par di veder Arlecchino appoggiato a Pulcinella.

Tanto odio questa romantica lacrimuccia nera quando la vedo sgocciolare sulla povera candida pagina, che in essa mi immagino di scoprire or la causa or l’effetto, certo il chiaro simbolo di tutti i mali delle nostre lettere, arti e costumi.

E se potessi far leggi, bandirei il punto esclamativo dalla calligrafia, dalle tipografie, dalle macchine da scrivere, dall’alfabeto Morse, con la speranza che a non vederlo più gli italiani se ne dimenticassero anche nel parlare e nel pensare, e pian piano espellessero dal loro sangue questo microbo aguzzo il quale dove arriva fa imputridire i cervelli e la ragione e rimbambisce gli adulti, accieca i veggenti, instupidisce i savi, indiavola i santi… Il punto esclamativo è il servo scemo dell’interiezione.”

 

Credete che mi sia calmata?

Ma nemmeno per sogno!!! Ecco li metto anche io i tre punti adesso!!!

Sto meditando il da farsi, quali e quanti strali lanciare all’amico. E’ sufficiente togliergli l’amicizia, piazzargli un bel lucchetto o forse è meglio ignorarlo per il resto dei suoi giorni?

 

Terzo messaggio

 

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Ma ecco che mi arriva il terzo messaggio:

“Scusami, ma il secondo messaggio era rivolto al mio elettricista…”

Svelato l’arcano, scoppio a ridere fino alle lacrime e mi riprometto da oggi in avanti di essere più clemente, meno impulsiva… anche se conoscendomi so che non lo farò!

Chiudo questo post della sezione #pausacaffè con un consiglio:

se volete conquistare una Donna, ringraziare una Mamma, fare felice una Nonna, scrivetele una bella lettera a mano o una poesia… possibilmente senza punti esclamativi.

 

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 A presto,

 

Mirna

 

2 Comments

  1. Sonia Bertinat

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